Notizie

Ultime Notizie di Caritas eusebiana
Notizie

Dicono di noi sul Corriere Eusebiano

Sul numero di sabato 25 gennaio del Corriere Eusebiano a pagina 6 è uscito un articolo che ci riguarda da vicino e che verte principalmente sul cambio di rotta che Caritas Eusebiana sta affrontando, ossia di transizione da un modello prettamente assistenzialistico ad uno che crea svariate opportunità lavorative, stimola a fare impresa e tiene in modo particolare alla formazione. Protagonisti in forza di quest’opera vi sono i giovani sui quali l’arcidiocesi ha deciso di puntare e in modo particolare nell’articolo si fa riferimento a Progetto Policoro della Conferenza Episcopale Italiana, il quale sulla nostra arcidiocesi è presente dal 2017 e che perseguendo i principi che il Vangelo ci insegna, ha nella propria mission giovani e lavoro. Cliccate qui per scaricare l’intera pagina

Continua a leggere »
Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini
Omelie

Terza domenica del tempo ordinario

Dal vangelo secondo Matteo Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. (Mt. 4, 12-23) In questa domenica iniziamo a leggere il vangelo di Matteo che ci accompagnerà durante tutto questo anno. La predicazione di Gesù inizia nel nord della Palestina in una regione chiamata Galilea. I buoni ebrei chiamavano questa regione “Galilea delle genti”, considerandola una regione quasi pagana, vista la sua posizione di frontiera ed il contatto con popoli diversi. Perché Gesù inizia proprio da questa frontiera? Forse per dirci che lui non esclude nessuno dalla salvezza che ci porta; non è venuto soltanto per i pii ebrei osservanti di Gerusalemme o delle zone non a contatto con popoli stranieri. Lui è venuto proprio per tutti, per gli ebrei paganizzati e per gli stranieri di qualsiasi forma religiosa. Il nucleo centrale della sua predicazione è “convertitevi” perché Lui è in mezzo a noi, per insegnarci l’unico comandamento fondamentale: amare Dio ed amarci tra di noi. La nostra attenzione oggi è però attratta dalla chiamata dei primi apostoli, due coppie di fratelli: Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni. Non erano dei vagabondi senza arte ne parte, che non sapessero cosa fare; erano pescatori ed appartenevano dunque a quella che oggi chiameremmo “classe media” e stavano lavorando. Il bello è che questi “benestanti” lasciano tutto e subito seguono Gesù. Incoscienza? Magnetismo di questo Gesù? Desiderio di nuove avventure? Di preciso non lo sapremo mai. Sta di fatto che non restano con lui per qualche ora, ma per tutta la vita. Questo vangelo cade a puntino per la circostanza che oggi noi viviamo nella nostra chiesa: la giornata delle vocazioni e del seminario. Il seminario è una costruzione elegante che sta a fianco del Duomo e risale a dopo la fine del concilio di Trento sotto la spinta di san Carlo Borromeo vescovo di Milano. Dalla fine del 1500 fino ai nostri giorni è stato il centro nodale della nostra chiesa vercellese ed in esso si sono formati migliaia di sacerdoti che nei secoli hanno evangelizzato la nostra terra. Fino a qualche decennio fa, qui dei validi insegnanti hanno insegnato gli studi classici (equivalenti all’attuale liceo classico) e teologici. Devo dirvi che in questa splendida casa io ho abitato per nove anni aiutato da splendidi insegnanti che ricordo con nostalgia. Ma oggi esistono ancora ragazzi che seguono la chiamata al sacerdozio? Naturalmente non si hanno più classi di decine di elementi come succedeva fino ad oltre la metà del secolo scorso. Questo è dovuto alla mancanza di… materia prima. La denatalità è una delle caratteristiche del nostro tempo ed incomincia ad essere una preoccupazione per la nostra società. Inoltre scuole di ogni ordine e grado sono a disposizione dei nostri figli. Questo ha fatto si che in seminario si entri solo dopo avere frequentato gli studi superiori. Ma oggi c’è ancora qualcuno che sia tanto incosciente da farsi prete? Ebbene si! Abbiamo Amedeo, ingegnere di 34 anni di vercellese. Poi c’è Salvatore di 31 anni ed infine Angelo di 51 anni. Questi sono oramai avanzati negli studi teologici. Ad essi si devono aggiungere altri tre giovani che stanno frequentando i corsi preparatori agli studi teologici. Naturalmente questi corsi non si tengono a Vercelli, ma nel seminario di Novara, dove diverse diocesi piemontesi mettono insieme un numero adeguato per questi corsi, con degli insegnanti di prestigio. Che ne dite? Vogliamo guardare con simpatia Amedeo, Angelo e Salvatore, sostenendoli con la nostra preghiera?

Continua a leggere »
Omelie

Seconda domenica del tempo ordinario

Dal vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».  Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». (Gv. 1, 29-34) La seconda domenica del tempo ordinario ha lasciato in me un certo sconcerto iniziale pensando che si riaprisse il discorso sul battesimo di Gesù che abbiamo celebrato domenica scorsa. Invece la scena si sposta in un altro tempo e luogo. Il Battista vede Gesù che viene verso di lui e ricordando ciò che era successo nel momento del battesimo di lui, dà una testimonianza importante: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. Con le parole che seguono Giovanni riconosce che la sua missione è finita e si fa da parte, regalandogli pure diversi suoi discepoli. Questa è una lezione importante; infatti la gente lo ascoltava volentieri, accorreva a lui, pensano addirittura che fosse il messia. Prima ed importante lezione per noi. Spesso nello scorrere della nostra vita, magari dopo cose che sono andate bene, abbiamo la tentazione di crederci i migliori del mondo e continuiamo a crederci proprio adatti per fare queste cose, però non ci vengono più chieste. Invece di intestardirci e ritenere che siamo stati messi da parte ingiustamente, è meglio ritirarci in disparte, pensando che ci sono altri forse migliori di noi. Che ve ne pare papà e mamme? avete ricevuto il dono di figli ed avete speso per loro anni e anni della vostra vita, impegnando per la loro crescita ed educazione tutte le vostre risorse materiali ed umane, ma adesso è l’ora di lasciarli andare per la loro strada. Certamente nel cuore provate dolore ed un senso pesante di vuoto. Ma bisogna proprio che li lasciate andare! Con una grande felicità però: avete fatto tutto ciò che era in vostro dovere e siete stati degli ottimi genitori e maestri. Adesso però fermiamoci alla sostanza delle parole che Giovanni dice su Gesù, che lui chiama “agnello” di Dio. E’ inevitabile pensare all’agnello della prima pasqua ebraica. Il popolo schiavo anela alla libertà, ma il faraone non cede neanche ai duri prodigi che sconvolgono il suo popolo. Adesso però arriva la prova estrema. Dio dice che ogni famiglia ebraica deve immolare un agnello e tingere con il suo sangue lo stipite della porta di casa. Nella notte l’angelo sterminatore uccide tutti i primogeniti delle famiglie egiziane, salvando invece i figli delle porte bagnate dal sangue. Dopo questa tremenda prova, il faraone permette agli ebrei di incamminarsi verso la libertà. Immensamente più grande è ciò che farà Gesù; il suo sangue, che bagna la croce, sulla quale è inchiodato, dona la libertà dal “peccato del mondo”. Cioè dal primo Adamo, fino all’ultimo uomo che ci sarà sulla terra potrà essere liberato da qualunque male possa avere fatto. Nessun peccato viene escluso, nemmeno quelli che suscitano più scandalo e che fanno dire pure a noi parole disumane. “Io quello lo ucciderei dopo avergli inflitto tutte le torture possibili!” Il Padre del cielo non dirà mai a nessuno queste parole fatte germinare in noi, dalla oscenità delle cose che vediamo commettere; lui non smette mai di amare tutti i suoi figli. Saprà ricompensare le vittime delle aberrazioni subite, ma saprà continuare ad amare anche il delinquente. L’unico peccato che non sarà perdonato sarà quello della disperazione, cioè di chi non crede nel suo infinito e misericordioso amore. Il caso emblematico è quello di Giuda, che Gesù chiama “amico” mentre lo vende con un bacio. Se si fosse ricordato di questa parola ed invece di andarsi ad impiccare si fosse messo a piangere come Pietro, adesso avremmo un “san Giuda” in più da pregare. “Io ho visto e rendo testimonianza che questi è veramente il figlio di Dio”. E’ l’ultima testimonianza di Giovanni Battista. La “voce che grida nel deserto” si spegne perché si possa udire un’altra voce: “Tu sei il mio, figlio, l’amato”. Non si tratterà più di Gesù, ma di uno dei tanti “giuda” che vivono nella storia umana!

Continua a leggere »
Omelie

Battesimo di Gesù

Dal vangelo secondo Matteo Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». (Mt 3, 13-17) Terminiamo le feste di Natale con quella del battesimo di Gesù. Lasciamo la poesia del presepe e l’incanto di un bambino appena nato, per scoprire l’importante sostanza della venuta del Signore in mezzo a noi. Lo ritroviamo adulto di circa trenta anni intruppato in mezzo ad una folla che, rispondendo all’invito di Giovanni viene a chiedere perdono dei peccati facendosi battezzare. Se Dio ha deciso di liberare il suo popolo (è quello che istintivamente si può pensare), manderà certamente un personaggio forte che lotterà contro tutte le ingiustizie presenti nel mondo. Così gridava anche Giovanni battista che sognava il Messia, armato di una scure per tagliare il male alle radici. Invece niente di tutto questo! Abbiamo un uomo che pur non avendo peccati, si intruppa con i peccatori. Diciamo la verità, un Messia così non piace nemmeno a noi. Sì, sappiamo di essere minoranza tra la gente del nostro tempo, ma questo solo in teoria. In pratica, basta un numero maggiore di persone in chiesa nelle feste di Natale, per sognare una ripresa. E’ facile dedicarci ad iniziative che moltiplichino i numeri e così sentirsi premiati per le nostre fatiche. L’accettare la logica di Dio che ci dice di essere un piccolo seme, o un grumo di lievito al servizio degli altri non è facile. Difficile accettare non un ruolo di successo e di forza, ma una realtà di servizio amorevole a tutti. Per questo Gesù non si associa ad un gruppo di eletti, particolarmente devoti, ma si mescola con quella folla di gente che si sente sbagliata, perché non ha osservato i comandamenti, ha fatto porcherie, ha rovinato la propria vita e quella degli altri… Ora prendono sul serio le parole del profeta; essi hanno voglia di lasciare quella miseria, di cambiare, di essere lavati nel profondo dalla loro sporcizia. Che ci fa lui in mezzo a questa cattiva compagnia? E’ Giovanni stesso che vedendoselo davanti, gli dice: “Sono io che devo essere battezzato da te”. La risposta di Gesù è perentoria: “Conviene che adempiamo ogni giustizia”. Questa e solo questa è la volontà del Padre. Proprio in questo contesto si manifesta la volontà del Padre. I cieli si spalancano come segno che questa è una iniziativa di Dio a favore del suo popolo: Lui vuole davvero misericordia per la sua gente. Lo Spirito scende su Gesù; la sua missione avverrà con la sua forza che è amore, compassione, mitezza, tenerezza. Infine la voce dall’alto che rassicura che Gesù è il figlio amato di cui il Padre si compiace. E’ bello che la missione di Gesù inizi proprio qui. Non nel tempio di Gerusalemme tra il profumo degli incensi, il canto dei cori addestrati e gli atteggiamenti sacri dei sacerdoti; non nelle stanze del potere, dove si decidono i destini dei popoli. No, lui inizia tra l’odore dei peccati, tra le debolezze ed i limiti, tra le tante infedeltà contro Dio e le sue creature. Inizia tra le lacrime e la vergogna per aver ceduto al male e la percezione del proprio fallimento. Inizia con un sincero desiderio di cambiare. E’ qui che Dio dà appuntamento agli uomini per offrire salvezza e pace nel suo figlio. Il Natale è proprio finito. I presepi sono stati recuperati dalle scuole che li avevano presentati e quelli della nostra chiesa insieme agli addobbi, stanno ritornando nei loro scatoloni. Cosa resta in noi che in queste settimane abbiamo partecipato a tante celebrazioni? La festa di oggi è fatta apposta per renderci pensierosi. Vogliamo trovare cambiamenti decisi di stile, per essere più conformi al vangelo che ascoltiamo ed alle scelte di Gesù? Il Gesù che è venuto per essere servo e non padrone; per darci la sua vita, senza obbligarci a dargli la nostra. Un Gesù che sa presentarsi nei panni di uno sconfitto. Questa è la scelta e lo stile del nostro Dio che ama perdutamente e in modo smisurato la nostra umanità.

Continua a leggere »
Notizie

Arrivederci suor Rosalia!

Vercelli 7 gennaio 2020 Eh si carissima sr.Rosalia stamani al solito briefing di inizio settimana qui in Caritas non c’eri… non c’eri più. E’ da qualche mese che mancavi ai nostri appuntamenti. Ti sapevamo inferma in quel del “Trompone” colpita propria là dove il buon Dio ci permette di comunicare :la parola; ma la speranza di riaverti tra di noi non si era mai affievolita e il tuo posto qui continuava ad essere vuoto. Però non è andata così: quel ”padrone della vigna” per cui hai lavorato, faticato, sofferto ma anche gioito ha pensato che c’erano altri campi da coltivare non più qui su questa terra e ti ha rapita all’alba del giorno in cui la Chiesa festeggia la Sua manifestazione al mondo. Oggi al nostro tavolo ci siamo sentiti più poveri perchè la tua assenza ha un po’ ridotto l’attenzione verso i più fragili ….quelli per cui, sul finire dei nostri incontri, tu chiedevi la parola per sottoporci il problema dei Rom che stazionano pericolosamente sulle rive del Sesia e ci “pressavi” perchè qualcosa andava fatto,perchè non li si poteva abbandonare a loro stessi e per loro avevi creato silenziosamente una rete di “amici” sensibili al tema. Ma il tuo ricordo mi porta anche in tempi lontani, negli anni settanta o giù di lì quando ti eri fatta carico del problema del lavoro della nostra città, coinvolgendo addirittura il prof. Garelli notissimo sociologo oggi e don Lepori responsabile della Pastorale del lavoro, anni difficili; il sottoscritto alle prese con i problemi della grande industria al tempo sotto il mirino di “fuoco” di gruppi eversivi che tanto sangue innocente hanno sparso in Torino… e tu qui a Vercelli con le difficoltà dell’unica grande fabbrica che minacciava di chiudere i battenti e trasferirsi altrove mettendo letteralmente sul lastrico centinaia,centinaia di famiglie, erano queste le nostre esperienze condivise. Questo era il mondo in cui hai speso le tue energie . Ecco oggi non ci sei più ma non è vero, ci resta di te la parte migliore: la tua semplicità, la tua riservatezza (che non era timidezza), la tua voglia di essere sui problemi in modo concreto, la tua prossimità a quelli che non appaiono mai, agli esclusi e che spesso anche le nostre comunità dimenticano…e tanto altro; questo ci hai lasciato e noi faremo il possibile per custodirlo. Ciao Suor Rosalia Gianni

Continua a leggere »
Sacra famiglia
Omelie

Festa della Santa famiglia

Dal vangelo secondo Matteo I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno». (Mt. 2, 13-23) Certo che Gesù bambino è stato per Giuseppe e Maria un autentica calamità. Rischia di mandare a monte il loro matrimonio che si salva in extremis con il sogno di Giuseppe. Poi nasce quando loro sono lontani da casa e non hanno nemmeno una stanza ed una culla da offrirgli. Infine devono pure trasformarsi in migranti perché Erode cerca il bambino per ucciderlo. Ce n’è abbastanza non vi pare? Partendo dall’ultima tegola state tranquilli; infatti non vi propino un ennesimo predicozzo sulla accoglienza degli stranieri, intanto la comprendete benissimo da soli. Piuttosto voglio rimarcare che questa è proprio la famiglia di Gesù, piena di problemi e di difficoltà. Non vi sembra che essa sia la fotocopia di tutte le nostre famiglie? L’insegnamento basilare di ciò che abbiamo scoperto è che una normale famiglia cristiana non è destinata ad una vita tranquilla, dove si possa dormire ogni giorno tranquilli tra due guanciali. Tutt’altro! Disponiamoci pure a compiere anche noi la volontà di Dio, anche quando questa gira per strade oscure ed apparentemente impraticabili. La prima cosa che le nostre famiglie devono imparare è la totale fiducia in Dio. Noi che non siamo proprio della statura di Giuseppe e di Maria, sul subito ci lasceremo scappare qualche imprecazione piuttosto colorita. Poi, passando ad un tempo di rassegnazione, cerchiamo di arrabattarci per arrivare ad una sincera fiducia in Dio, implorandolo che ci sostenga e ci dia la luce e la forza per percorrere la strada da lupi che ci sta davanti. Un’altra cosa che dobbiamo imparare è che le difficoltà che incontriamo devono compattarci più profondamente in una comunione di amore totale. Quando le cose vanno bene spesso emergono tra di noi comportamenti piuttosto egoistici, che fingono di dimenticare le esigenze dell’altro. Questo non ce lo possiamo permettere quando ci piomba addosso il macigno della prova, ma dobbiamo unire tutte le nostre forze per superare ciò che ci sta travolgendo. “L’unione fa la forza”, dice il proverbio ed è proprio così. Lo sperimentiamo sulla nostra pelle. Naturalmente, Gesù, per quanto fosse buono, obbediente, amabile, non era un figlio facile. La sua identità, la sua missione, il compito che lo attendeva poteva certamente mettere addosso a Maria e Giuseppe una certa apprensione. Eppure essi hanno saputo svolgere il loro ruolo, rispettando i tempi della sua vita: l’infanzia, la giovinezza, l’età matura. Ricordate la loro angoscia quando lo “perdono” a Gerusalemme? Oppure quando lascia il mestiere e se ne va decisamente dalla loro casa in modo definitivo? Certo Gesù non è stato un figlio facile per i suoi genitori. Essendo oramai vecchio ed esperto di vita, le riflessioni fatte sopra mi fanno venire in mente una domanda: “Ma esistono dei figli facili?” Incominci con i sintomi della prima infanzia, che per un nulla ti fanno correre dal pediatra perché pensi che il “mangione”, che strilla ad ore fisse per il biberon adesso è li, simile ad una foglia appassita e non vuol saperne di mangiare. Poi vengono le “delizie” dei voti e del comportamento a scuola. Poi devi combattere con lui le sue “guerre di indipendenza”, perché ad ogni costo vuole liberarsi della tua ala protettrice. Infine il lavoro e l’amore che te lo “rubano” e te lo portano chissà dove e con chissà chi… Insomma! Si chiami Gesù oppure Davide, Luigi, oppure con un miliardi di nomi diversi un figlio (e qui ripeto una cosa detta mille volte) è sempre una freccia che scagli; ma per quanto tu sia un arciere accurato la freccia se ne va dove vuole. E tu, infine, puoi soltanto amarlo e pregare.

Continua a leggere »
san_giuseppe
Omelie

Quarta domenica di Avvento

Dal vangelo secondo Matteo Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. (Mt. 1, 18-24) Ultima domenica di avvento: ci viene presentata la figura di Giuseppe. Siamo in debito verso di lui, che pure ha una importanza grandissima nella nascita e nella crescita di Gesù bambino. Parliamo tanto di Maria, ma di lui quasi mai. Sta vivendo un momento tremendo: vede che la sua fidanzata è incinta, ma non per opera sua. Secondo la legge del tempo avrebbe potuto accusare Maria di avere violato le sue promesse distruggendola moralmente. Ma lui non si affida alla legge, vuole bene a Maria e prende la decisione di fare tutto in segreto con discrezione. Il vangelo lo definisce “giusto” ed un motivo è sicuramente questo: niente scenate, ne recriminazioni, un distacco silenzioso e senza problemi; “pensò di ripudiarla in segreto”. Inoltre è giusto per un altro motivo; non pretende spiegazioni, di sapere come è andata. E’ come se, conoscendo bene Maria, intuisse un mistero. Per lui non c’è un angelo che gli appare realmente, ma solo in sogno, che parla al suo cuore. Dio gli chiede di prendere con se la sua fidanzata e di fare da papà al bambino che nascerà e che sarà destinato ad una missione straordinaria. Non dovrà solo essere lo schermo suo davanti alla società, ma dovrà mettere tutte le sue capacità di lavoro ed educative per crescere normalmente questo piccolo. Penso che facciamo un grosso torto a lui, quando lo chiamiamo “padre putativo”. Anche se la sua paternità non è fisica, tuttavia è una paternità esercitata, con tutte le sue capacità; un accompagnamento concreto, affettuoso, fedele che porterà questo bambino a diventare un uomo. Comprendiamo adesso in pienezza il termine “giusto”. Non vuol dire intransigente, duro, inflessibile esecutore della legge. “Giusto” sta per delicato, benevolo, rispettoso. L’angelo nel sogno lo chiama “figlio di Davide”, discendente di questa gloriosa famiglia e lo conosciamo dunque in un‘altra veste. Egli salda la sua paternità alle promesse antiche; Giuseppe realizza questa antica promessa, con la sua paternità di cuore e non di sangue. Dobbiamo anche dire che Giuseppe in tutto il vangelo non dice una sola parola. Lui semplicemente è uno concreto, non perde tempo inutilmente, esegue quello che deve fare e che gli è stato chiesto. Mi rendo conto che la figura di Giuseppe ha molte cose da insegnarci. La prima cosa che mi viene in mente è che dobbiamo essere giusti non pretendendo, magari con le maniere forti, ciò che ci sarebbe dovuto. Ricordiamo le parole di Gesù: “Se uno ti chiede il mantello, tu lasciagli anche la tunica… Se uno vuole fare un miglio con te, tu fanne anche due”. Mi piace pensare che lui queste parole le avesse imparate dal suo papà terreno, dalla sua arrendevolezza dalla sua capacità di fare la volontà del Padre del cielo. Anche noi dobbiamo ricordarci che la giustizia è importante, ma c’è qualcosa che la trascende: la carità. Come Giuseppe anche per noi è importante ascoltare e vivere la parola di Dio. Forse può succedere che questa parola ci arrivi attraverso un sogno, ma non credo che questo sia qualcosa di frequente. Più importante sicuramente per noi è stare sulla parola di Dio. Ho detto “stare” non a caso! Infatti tante parole del Signore le sappiamo a memoria e sembra che ci abbiano già detto tutto. Non presumiamo che questo sia vero. Quando le ritroviamo non diciamo: “Uffa che barba!” Scrutiamole invece e contempliamole con amore, magari chiedendo un aiutino allo Spirito santo. Vi posso garantire che a volte emergono scoperte che ci lasciano a bocca aperta. Spesso da quella nuova comprensione emergono novità di vita sbalorditive. C’è ancora un’ultima cosa che mi è venuta in mente. Giuseppe non è per niente l’unico che accoglie e cresce un figlio non suo. Non parlo soltanto di chi adotta un bambino e dedica a lui la sua vita. Penso invece a chi accoglie una donna che ha già un figlio. Quando vedo queste cose, il mio cuore si riempie di gioia, perché chi vive queste avventure compie davvero cose grandi. Che ne dite? Preghiamo san Giuseppe che li renda capaci di fare quello che ha fatto lui con il Figlio di Dio?

Continua a leggere »
Notizie

Caritas News – Novembre/Dicembre 2019

E’ disponibile per la lettura il periodico che per questa occasione copre il periodo novembre/dicembre, della nostra Caritas Eusebiana. Nel seguito è possibile scaricarlo in formato pdf. Buona lettura! Caritas News edizione novembre/dicembre 2019

Continua a leggere »
Giovanni il Battista
Omelie

Terza domenica di Avvento

Dal vangelo secondo Matteo In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».  Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». (Mt. 11, 2-11) Uno dei tormenti più duri per chi è in carcere è la solitudine ed il tempo per pensare. Certamente al tempo di Gesù le prigioni non erano come le nostre, ma il tempo per riflettere certamente c’era; infatti anche il grande profeta, Giovanni Battista, entra in crisi. “Ma come – si dice – ho annunciato un Messia armato di scure per tagliare il male alle radici ed ecco che il male prospera e vince più di prima. Questo Gesù sarà davvero il Messia, oppure ho sbagliato tutto?” Così manda due suoi discepoli ad interrogare Gesù: “Sei tu quello che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?” Se anche il profeta che apre la strada a Gesù dubita, non dobbiamo meravigliarci dei nostri dubbi sulla fede. Essi non sono dei peccati, ma un invito ad approfondire ciò che crediamo. Come? Semplicemente esponendoli al Signore e chiedendogli il dono dello Spirito Santo. Lui ci insegnerà ogni cosa e sarà bello entrare più profondamente nel mistero di Dio. La risposta di Gesù a Giovanni è fondamentale per la nostra religiosità. Dobbiamo capire che credere in Dio non è un essere liberati dalle difficolta sempre presenti nella nostra vita. Il Gesù in cui crediamo è colui che ci dona la vista per comprendere anche il perché ci ammaliamo; è colui che ci aiuta a camminare sulla difficile strada del bene, anche se non ne avremo proprio voglia; è colui che ci purifica dalla lebbra dei nostri peccati e ci risuscita da qualunque morte che ci siamo procurati con la nostra stupidità e magari con la presunzione di credere che noi certe sciocchezze non le avremo mai commesse. Non scandalizziamoci dunque se lui, invece di distruggere il peccatore, lo va a cercare ed è capace di rendere un povero disgraziato senza speranza in un… santo. Ci meraviglia questo? Eppure è semplicemente quello che ci succede ogni volta che andiamo da lui e con umiltà gli diciamo: “Perdonami, Signore. Vedi che stupidaggine ho fatto?” Capite? I ciechi, gli storpi, i lebbrosi possono essere curati al meglio nei nostri ospedali. Sono le ferite del cuore, le fogne in cui siamo andati a cacciarci, la miseria orrenda del male dalla quale non sappiamo come districarci il vero orrore dal quale solo il Signore può guarirci. C’è ancora una parte del vangelo di oggi che ci riguarda in modo importante. E’ la constatazione che il Gesù che predica per le strade della Palestina ha bisogno di un profeta che gli apra la strada. Questo è vero più che mai dopo di lui; gli uomini di ogni tempo lo potranno conoscere ed accogliere soltanto se qualcuno lo annunzierà. Lo dovranno annunziare non soltanto gli apostoli scelti, ma ogni credente ha come dovere fondamentale quello di testimoniare agli altri la propria fede. Ci rendiamo conto di questo nostro dovere? Lo esercitiamo educando da cristiani i nostri figli? Poi c’è tutta la testimonianza che dobbiamo dare nel tempo e nell’ambiente in cui viviamo. Spesso possiamo fare questo in modo indiretto con ciò che siamo. Ci sono due cose che, parlando di Giovanni, il Signore oggi ci dice. La prima è che non dobbiamo essere “canne sbattute dal vento”. Questo ci dice che non dobbiamo abbracciare tutte le novità e le idee che vanno di moda. Questo non significa che dobbiamo condannare tutto ciò che si presenta nella realtà in cui viviamo. Siamo e dobbiamo essere immersi nel tempo che viviamo: con una attenzione fondamentale però: dobbiamo sempre confrontare ciò che ci viene proposto con il vangelo. Essere piantati su questo fondamento è la sicurezza della nostra fedeltà a ciò che crediamo. C’è infine un secondo e fondamentale insegnamento: non dobbiamo essere persone “vestiti con abiti di lusso”. In questo nostro tempo il benessere non abita solo nei palazzi dei re. Esso è invece una caratteristica generalizzata che raggiunge quasi tutti. Dunque noi dobbiamo essere “profeti” di una certa austerità. Senza essere dei pitocchi, dobbiamo non lasciarci catturare dalla smania di possedere tutto ciò che quotidianamente ci viene presentato dalla pubblicità come il simbolo della persona all’altezza dei tempi che si vivono. Vogliamo provare, soprattutto in questo tempo di regali “a go go”, a battere la strada del vangelo?

Continua a leggere »
Omelie

Festa della immacolata concezione di Maria

Dal vangelo secondo Luca In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei. (Lc. 1, 26-38) La tua festa, o Maria, in questo anno supera perfino le importanti domeniche di avvento. Infatti si sovrappone alla seconda e noi esaltiamo te, Immacolata, concepita senza peccato, perché nessuno meglio di te, che avresti formato nel tuo grembo il Dio fatto uomo, può insegnarci cosa fare in nell’attesa di vedere il suo volto ed il suo sorriso. Abbiamo bisogno dei tuoi sentimenti, dei tuoi pensieri, delle tue emozioni per accoglierlo come si deve. Vuoi aiutarci, Maria? Ne abbiamo davvero bisogno perché viviamo giorni convulsi e complicati e la stanchezza è grande. Il freddo e l’oscurità di questi giorni invernali raddoppiano la nostra fatica lasciandoci stremati. Poi ci sono le situazioni del momento storico che viviamo. Ci sentiamo spinti all’odio, alla violenza; l’egoismo sembra rendere incapaci coloro che ci governano a cercare accordi anche sulle più semplici cose che andrebbero fatte per il bene di tutti. Di fronte a tante arroganze e menzogne, vale ancora la pena di lottare per creare un mondo più vivibile? Non sarebbe meglio mollare tutto, mamma? E’ così faticoso remare contro corrente! Ebbene, Tu oggi ci offri dei buoni motivi per continuare la fatica di costruire un mondo nuovo. Tu in quella povera casa, del più scalcinato paese della Giudea, hai detto sì ad un progetto pazzesco: un Dio che si fa uomo. E tu eri turbata perché avresti avuto in grembo un figlio, che non sarebbe stato concepito con il tuo fidanzato Giuseppe. Eppure tu ti butti e dai inizio con Dio ad un progetto straordinario, che avrebbe diviso in due tutta la storia degli uomini. Da questo piccolo e povero punto di partenza si poteva prevedere un disegno tanto solido da sfidare i milleni di ostacoli e di persecuzioni? Eppure tutto questo nasce da quel tuo sofferto “sì”, in quella povera casa, in quel piccolo paese, da cui non poteva uscire nulla di buono, secondo il ragionamento degli uomini del tempo. ”Di che hai paura?” ci dici con un sorriso, mamma e ci inviti a buttarci anche noi, ad amare e a costruire una particella di mondo nuovo. Naturalmente con l’aiuto tuo e del tuo Gesù, che ci doni in questo nuovo Natale. “Apri gli occhi” ci dici inoltre, mamma Maria. “Aprili per vedere il tanto bene che c’è intorno a te. Vedi le decine di presepi che ci sono nella tua chiesa? Centinaia di bambini li hanno costruiti nelle scuole della tua città e ci hanno messo fantasia, sogno ed una piccola e vivace fede. Essi trascineranno qui papà e mamma e nonni e diffonderanno così la gioia del Natale del tuo Gesù”. E’ vero, Maria, sono proprio loro che ci rincuorano e ridanno speranza a tutti noi che li contempliamo. Sono loro che trasformeranno la loro casa in un luogo anche di preghiera, perché il presepe lo faranno pure lì; questo sarà un richiamo irresistibile a fermarsi la sera tutti insieme in un momento di contemplazione e di comunione. Sì, mamma! So bene che tante famiglie si sono rotte e poi magari ricostruite con persone diverse. So bene che in altri casi c’è chi soffre la solitudine dell’abbandono e che tanti di questi piccoli vedono il papà una domenica e poi vivono con la mamma gli altri giorni della settimana. Mi piace pensare che questi piccoli facciano il presepe in tutte e due le case e che ricostruiscano un tenue filo di amore che germina ed illumina l’oscurità di una situazione che sembra senza via di uscita. “Apri gli occhi”, ci dici ancora. Se è vero che nel mondo c’è tanto male, tanta solitudine e tanta ingiustizia, è ora di rimboccarsi le maniche. Noi i problemi non li possiamo risolvere, ma possiamo offrire una vicinanza, una spalla su cui qualcuno può sfogarsi e magari piangendo deporre per qualche momento il peso che lo opprime. Magari queste cose da niente possono innescare un cammino di novità e di speranza. Questo nel nostro piccolo è qualcosa di molto simile a ciò che è successo a te in quel giorno. Superata ogni incertezza hai detto sì e tutto è incominciato. Fa’, mamma Maria, che sia cosi anche per tutti noi!

Continua a leggere »
Omelie

Prima domenica di Avvento

Dal vangelo secondo Matteo In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. (Mt. 24, 37-44) Il vangelo di questa prima domenica di avvento è tutto incentrato su una parola: vegliate, ma potremmo anche dire svegliatevi. Sì, perché lo scorrere di una vita sempre uguale finisce per addormentarci in una abitudine che ci impedisce di vedere le novità che scorrono intorno a noi. Il richiamo è un po’ preoccupante. La gente, prima del diluvio, “mangiava, beveva, prendeva moglie o marito”, cioè non faceva nulla di male, semplicemente era trasportata dal passare dei giorni sempre uguali, ma non si guardava intorno. Solo Noè vede i segni dell’imminente catastrofe e si costruisce l’arca sulla quale si salva; tutti gli altri sono spazzati via. E qui arriva il tragico: due uomini che lavorano nel campo; uno è preso, l’altro lasciato; due donne macinano alla mola, una è presa l’altra lasciata. Naturalmente in queste parole viene descritta la provvisorietà della nostra vita: si può morire da un momento all’altro. Mettiamo nel conto questo. E’ una realtà che constatiamo ogni giorno. Non dobbiamo lasciarci catturare da questa angoscia, ma dobbiamo vivere le nostre giornate ed i nostri tempi con gioia ed impegno. Cercando, come oggi Gesù ci dice, di essere pronti, cioè come se ogni giorno fosse l’ultimo. Che vuol dire essere pronti? Forse vuol dire essere sempre in relazione con Dio senza lasciare che la vita ci addormenti nel solito trin-tran di cose banali e materiali, belle e brutte, che viviamo. A questo ci aiuta le diversità di momenti anche religiosi che viviamo. Tra quattro settimane è Natale. Conosciamo certamente questa festa e la amiamo. Proprio nella cortezza di queste giornate, e per di più con la settimana di pioggia che rendeva oscure anche quelle poche ore di luce, guardiamo alla luce di quel Bambino che accoglieremo nei nostri presepi. Lui è la luce vera che illumina ognuno di noi, piccoli e grandi. Che ne dite di preparare tutti insieme questa festa? Partiamo dall’allestimento del presepe nelle nostre case? E non dite che è sempre la stessa storia. Tocca a noi a far brillare questo segno straordinario nelle nostre case ed a trasformarlo in un momento di comunione più vero tra di noi. La presenza di Gesù bambino in quel segno ci può ricordare che non è il caso di urlare bisticciando, magari per niente. Ci può rendere capaci di piccoli gesti di amore, che rasserenano, consolano e scacciano il freddo e lo sconforto che per la stanchezza ci fa portare in casa. Un secondo modo per essere preparati è quello di aprire la mente ed il cuore alla parola di Dio, che in queste settimane ci è offerta con abbondanza. Per di più essa è mirata proprio all’evento che rivivremo con il Natale. Se vi è possibile partecipare alla messa quotidiana tutto sarà facile. Però anche per chi non potrà la cosa non è difficile. Ricordate il telefonino che usate mille volte al giorno? Usatelo cercando su internet liturgia-avvento e potete leggerlo tranquillamente. Infine anche per chi non ha dimestichezza con questi strumenti, con la spesa di pochi euro, può trovare il libretto con le liturgie sia festive che feriali. Lasciamo che queste parole, cercate con amore, creino in noi una atmosfera che veramente impregna tutto il nostro tempo. Infine resta un’ultima cosa: la solidarietà. Non pensiamo a gesti eroici, ma badiamo alle cose più semplici. Che ne dite di un sorriso ripetuto infinite volte tra di noi in famiglia? Non costa niente, ma dà serenità a tutto l’ambiente. La stessa cosa la possiamo provare nel posto di lavoro o quando siamo con altre persone e può avere sempre dei buoni risultati. Poi ci può essere una attenzione particolare ai vecchi, che il tempo inclemente tiene prigionieri in casa. Fare ad essi quelle commissioni che non riescono a fare, o anche fare loro una telefonata o una breve visita può alleviare la loro solitudine. Poi ancora ci sono i poveri che hanno freddo ed hanno bisogno di tante cose. Anche se non possiamo risolvere tutti i loro problemi, un piccolo aiuto può servire… Solo così noi cristiani possiamo attendere con fiducia il ritorno del Signore. Solo così la sua venuta diventa un appuntamento vero con la gioia.

Continua a leggere »
Omelie

Festa di Cristo re dell’universo

Dal vangelo secondo Luca In quel tempo, dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». (Lc. 23, 35-43) Con la festa di Cristo re, come sapete tutti, termina l’anno liturgico e la prossima domenica con il tempo di avvento ci prepareremo al Natale. Il nome di questa festa ci lascia un po’ perplessi: Cristo re dell’universo? Ma sembra proprio impossibile. Sembra che l’universo non goda proprio di buona salute. Restando nel nostro piccolo, partendo da Venezia e con una settimana quasi ininterrotta di piogge, abbiamo visto quanti disastri sono successi. E così per terremoti che improvvisamente generano distruzioni e catastrofi di proporzioni immani. Eppure quando Dio fece il cielo e la terra ha detto che era “cosa buona”. Vero che nel caso dell’innalzamento degli oceani c’è lo zampino dell’uomo creato ad immagine di Dio come cosa “molto buona”. Immagine di Dio, ma dotata di libertà e quindi capace di operare il male. Purtroppo fin dal principio il male che l’uomo compie è enorme, con conseguenze gravissime. Vedendo le guerre, le ingiustizie, le malvagità sempre più sofisticate, ci viene davvero da chiederci: “Ma Cristo è davvero il Signore di questo mondo?” La nostra realtà di oggi, più che dalla saggezza e dall’onnipotenza di Gesù ci sembra in balia di una situazione di male demoniaca ed alla apparenza incontenibile. Questo sembra vero anche nel vangelo che abbiamo appena letto. Gesù, il re dell’universo, è inchiodato su di una croce tra due delinquenti. Anche uno di questi lo sfida insultandolo: ”Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!” L’altro delinquente invece ha un comportamento inspiegabile; guarda Gesù che era un delinquente illustre (la sentenza Di lui appesa sulla croce lo qualificava “Gesù Cristo, re dei giudei”), rimprovera il suo collega, confessa di meritare la morte per i suoi delitti e poi si rivolge a Gesù con parole impossibili: “Gesù ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”. Ma cosa dici, disgraziato? Che regno? Non vedi che il miserabile che ti sta accanto sta morendo crocifisso come te? Cosa vuoi che possa fare per te? Dolcissima e sorprendente la risposta di Gesù: “Oggi sarai con me nel paradiso”. Il trono di Gesù è quella croce sulla quale è innalzato, e morendoci sopra lui è salvezza proprio partendo da quel delinquente che ha creduto nella sua regalità. “Il mio regno non è di questo mondo”, aveva detto a Pilato, che lo guardava come un povero ed innocente tapino, che una folla sobillata dai capi e dai sacerdoti, voleva morto. Ecco come regna Gesù. Lui è re perché spogliandosi della sua infinita grandezza di figlio di Dio serve l’uomo fino a questo punto estremo: morire su una croce per salvare l’uomo. Servire è regnare, aveva insegnato, ma adesso non è più solo parole. Adesso è morire per l’uomo. Naturalmente non è questo l’ultimo atto della sua vicenda terrena. Il punto di arrivo è quel sepolcro vuoto e lui che compare in mezzo ai suoi amici risorto. Così Gesù inaugura in questo mondo il suo regno. E di questo regno possono farne parte tutti coloro che vivono la loro esistenza al servizio degli altri come lui. Sono pochi? Ma che dite mai? Quanti miliardi di genitori vivono la loro esistenza donandola ai loro figli. Alcuni lo fanno conoscendo Cristo, e molti altri senza averne mai sentito parlare, ma il dono è sempre lo stesso ed è questo che li lega al suo regno. Quante persone svolgono il loro lavoro in un impegno onesto al servizio di altri? Vivaddio, non ci sono soltanto i profittatori ed egoisti in questo mondo! Anche qui miliardi di persone non sono dei farabutti, ma di giusti che si guadagnano il pane con il sudore della fronte e rendono un servizio a chi hanno intorno. Sapete qual è il loro limite? Soltanto quello di non fare notizia, come il delinquente che uccide o ruba. Questi vanno sul giornale o in televisione. Nessuno parla di loro. Perché? Ma hanno fatto soltanto il loro dovere, e che c’è mai da dire? Già! Ma ci rendiamo conto che questa è la massima parte della umanità, mentre i gaglioffi, gli ingiusti, i delinquenti sono la minoranza che fa notizia? Se il mondo continua è proprio per questa massa enorme di persone oneste che non fa nulla di straordinario; fa soltanto il proprio dovere fino alla fine. E Gesù che muore sulla croce è il loro re e Signore, perché servire è regnare. Sono troppo ottimista? Sono un ingenuo sognatore? Pensate tranquillamente ciò che vi pare, ma questo è ciò che ha fatto Cristo, morendo su quella croce, facendosi capostipite di una serie infinita di persone che non fanno niente di speciale. Fanno soltanto il loro dovere.

Continua a leggere »