Quinta domenica di Pasqua

Dal vangelo secondo Giovanni

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorifichera subito.                              .
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». 

(Gv.13, 31– 35)

 Di nuovo un vangelo di poche righe, ma decisamente tosto nei contenuti. Esaminiamoli con gioia ed anche con un po’ di fatica. Siamo nell’ultima cena, Giuda se ne è uscito per andare a fare ciò che ha deciso: vendere Gesù. il Signore che sa benissimo ciò che succede (Lo aveva detto ai suoi apostoli proprio nel corso della cena e poco prima aveva detto proprio a Giuda: Ciò che devi fare, fallo subito)esce con delle parole che, ci sembrano proprio fuori luogo: “Ora il figlio dell’uomo è stato gorificato”. Signore guarda che ti sbagli! Ti stanno vendendo e tra poco i tuoi amici ti abbandoneranno e tu morirai solo come un cane inchiodato su una croce come un delinquente e tu parli di glorificazione? Per capire queste parole dobbiamo riflettere sul fatto che Giovanni non usa mai nel vangelo la parola “crocifiggere”, ma parla di “innalzare”. La croce è il trono regale di Gesù che lo innalza alla destra del Padre nella gloria della risurrezione. Un insegnamento stupendo per noi. Quando soffriamo il male fisico o morale, o quando pensiamo alla stessa morte cosa pensiamo? Che siamo dei maledetti abbandonati da Dio e lo accusiamo portando in campo il nostro essere suoi discepoli. Anche Gesù nel momento più tragico della sua sofferenza dirà: ”Dio mio perché mi hai abbandonato?” E’ la reazione spontanea della sua e nostra carne martoriata. Ma adesso che stiamo bene dobbiamo credere che tutti questi mali sono la prova definitiva che ci innalza alla gloria della risurrezione.

Anche nelle restanti tre righe abbiamo un messaggio non chiaro: ”Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati!” Quale comandamento nuovo? Il comandamento dell’amore è vecchio come il mondo! I dieci comandamenti, che leggiamo nel primo libro della bibbia tu, Signore, li avevi sintetizzati proprio cosi: amerai il tuo Dio ed il tuo prossimo. Dove sta dunque questa novità di cui ci parli? Mi è venuto in mente che questa “novità” è racchiusa nel “come”. Si tratta del tuo impossibile amore che ti ha fatto morire per noi. Una volta avevi detto che non c’è amore più grande che dare la vita e tu lo hai fatto. Quel come dunque non va preso come un paragone, ma una origine. Il tuo amore non è il modello, ma il fondamento sul quale noi discepoli possiamo fondare l’amore tra di noi. Le tue parole potrebbero suonare così in una traduzione non troppo letterale, ma più vicina al significato che tu intendevi: “amatevi con l’amore con cui vi ho amato io”. Se il tuo amore fosse solo un esempio resterebbe un eroismo che nessuno di noi potrebbe imitare. Se invece questo amore può diventare anche nostro, allora può essere in noi come qualcosa che non avremo mai con i nostri sforzi, ma soltanto come dono tuo, che noi scopriamo e che umilmente accettiamo.

Non meno enigmatiche sono le ultime parole che chiudono il brano: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. Mentre stiamo vivendo la novena di santa Rita, mi è venuto in mente che la gente accorreva ed accorre anche ora in numeri incredibili a lei semplice e povera donna, perché sapeva amare così. Amava il marito violento che la disprezzava, i figli che erano su una cattiva strada che li porterà alla morte; amava la congregazione che poi l’accolse nel rifugio sospirato del monastero che non le dava importanza. Ma soprattutto amava ogni persona che accorreva a lei con la stessa semplicità con cui lei innaffiava la rosa anche di inverno perchè nessuno le aveva detto di smettere. Ciascuno sentiva che lei era davvero una persona già risorta, che comunicava (per dono naturalmente!) l’amore stesso di Gesù e del Padre.

Perché oggi moltissima gente non crede più? Forse è perché noi credenti non siamo più testimoni di questo amore con cui Gesù ci ha amati. E questo perché non vediamo più nella croce un “innalzamento”. La testimonianza della risurrezione deve essere una accettazione forte e consapevole del male e della morte. Naturalmente il male (di ogni genere!) cerchiamo di evitarlo, ma quando questo non è possibile lo prendiamo come Gesù con consapevolezza sapendo che è la sola strada che ci porta alla vita. Poi amiamo davvero tutti come Gesù, partendo da una accoglienza che sorride, chiunque sia la persona che abbiamo davanti, senza mai giudicarla.

E’ questo amare come lui ci ha amati? Penso proprio di si. Per essere testimoni credibili dobbiamo vedere la croce come il nostro “innalzamento” e dimostrarci già  risorti con il nostro coraggio e con un sorriso.

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