Ottava domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Luca:
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Dopo le beatitudini Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
(Lc. 6, 39 – 45)

Dopo le beatitudini ed il discorso sull’amore dei nemici, temi piuttosto impegnativi, il vangelo di questa ottava domenica del tempo ordinario che ci introduce mercoledì prossimo nel tempo di quaresima, ci presenta alcune brevi parabole, importanti, ma abbastanza semplici. Le vediamo una per una cercando di accoglierne l’insegnamento. Nella prima Gesù ci ammonisce: “Può un cieco guidare un altro ceco? Non cadranno tutti e due in un fosso?” Ecco perché nell’altra settimana papa Francesco ha radunato a Roma tutti i rappresentanti dei vescovi del mondo con numerosi esperti. Prima di prendere una decisione fondamentale per la vita della chiesa sul problema orribile della pedofilia perpetrata da preti e religiosi su bambini che dovevano portare al Signore, ha voluto consultare il mondo intero per non prendere decisioni parziali o inefficaci. Dalla sua altissima autorità agirà illuminato dal contributo di questo sinodo e sostenuto dalla preghiera di tutti noi credenti. Scendendo alla nostra più semplice realtà pensiamo al problema educativo verso i nostri figli. La loro crescita è affidata ai genitori naturalmente. Essi devono essere i primi a mettere nel cuore dei loro figli i fondamenti che reggeranno l’intera loro esistenza. Noi come comunità cristiana con gli insegnanti delle scuole dobbiamo essere vicino ad essi con tutto il nostro impegno e la nostra collaborazione. Nessuno di noi deve sentirsi lontano da questo problema. Tutti anche solo con la preghiera dobbiamo avere a cuore questo problema. Non dobbiamo essere guide disinteressate o “cieche”. Ne va del futuro della nostra società e della chiesa.

Nella seconda parabola Gesù va giù in modo pesante. Come si fa ad essere cosi presuntuosi nel dire al fratello che vogliamo togliergli la pagliuzza dall’occhio, mentre una trave ci acceca? Qui affrontiamo un problema grave, ma quasi universale. Riguarda proprio tutti! Già un vecchio sapiente greco aveva denunciato il problema. Ciascuno di noi porta due bisacce. Una davanti agli occhi contiene i difetti degli altri, mentre la seconda che portiamo alla spalle contiene le nostre miserie. Questo innesca un meccanismo spontaneo. Noi vediamo benissimo i difetti degli altri, mentre non vediamo i nostri. Di qui giudizi molto duri, pettegolezzi senza fine che massacrano il nostro prossimo. E il bello è che riteniamo queste cose poco importanti. “Siamo donne! Non lo facciamo con cattiveria”. “Ma queste cose le vedono tutti; se no di che cosa parliamo?” Pensiamoci un momento: è questo il nostro amore per il prossimo? A noi piace quando gli altre mettono in piazza le nostre miserie? Non vi sembra meglio che prima di togliere la pagliuzza dell’altro, prima pensiamo alla nostra trave, cioè ai nostri difetti? In fondo il comandamento dell’amore del prossimo ha nella accettazione dei limiti di ogni persona un campo fondamentale.
L’ultima parabola, quella dell’albero e dei frutti che produce, è una buona indicazione per capire dove sta il bene ed il male. Partiamo da noi stessi. Quell’atteggiamento, quella parola detta magari senza pensarci, cosa lascia nel cuore di chi sta con noi? Produce serenità amicizia e pace? Allora abbiamo agito bene. Invece vediamo nell’altro sofferenza, atteggiamento vendicativo, angoscia? Allora è meglio che stiamo attenti a cosa diciamo o facciamo: con quella persona abbiamo sbagliato approccio. Inoltre i frutti che uno abitualmente produce sono anche il mezzo per capire chi è veramente una persona e più ancora se quella persona è veramente cristiana. La bontà, la misericordia, la rettitudine non si manifestano con parole untuose, o atteggiamenti apparentemente edificanti. Il cuore di un uomo si può verificare da come vive realmente nelle banalità quotidiane, verso i potenti o verso i poveri, verso il bambino o verso le persone investite di potere e di fama. Facendo pure la tara del fatto che nessuno è senza peccato, è dall’insieme di un costante modo di operare che si può capire se uno ha davvero il vangelo nel cuore, oppure se si ammanta soltanto di paramenti sacri che non riescono a nascondere la sua malizia e cattiveria.

Mi è venuto in mente una questione molto importante. Perché alla luce di queste parole non cerchiamo di guardarci dentro per conoscere meglio noi stessi? So che di solito ci riteniamo i migliorie più in gamba. Ma lo siamo davvero? Per una vera conoscenza di se bisogna avere una sincera accettazione di se stessi ed anche dei propri difetti e limiti. Nel medesimo tempo bisogna accettare l’altro nella sua interezza, nel bene e nel male. Per ottenere questo bisogna saper mettersi in lui e accettare quello che è, adeguando a lui ciò che noi siamo. Infine bisogna avere una accettazione positiva della vita sia nostra sia degli altri. Sappiamo che la vita, ogni vita, sale sempre dall’uno in su e non da cento in giù. All’inizio c’è sempre un seme, un piccolo germoglio che cresce nella gradualità è da qui che bisogna sempre partire. E ripartire. Infatti non siamo dei campionissimi, ma dei semplici uomini che camminano. Magari con tante soste (i nostri sbagli!) e ripartenze pazienti e volute.

Che ne dite? Proviamo?

About the author: Paolo