Sesta domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Luca:
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
(Lc. 5, 1 -11)

Leggiamo le beatitudini secondo il vangelo di Luca e vediamo che, rispetto a quelle più conosciute di Matteo, hanno delle diversità importanti. In Matteo lo scenario è la montagna, qui invece la scena si svolge in pianura per accogliere la moltitudine di gente che attornia Gesù. Matteo tende a spiritualizzare le affermazioni di Gesù: per lui i poveri sono di “spirito”, per Luca sono poveri e basta; la stessa cosa succede per la fame e la sete; lui non parla di giustizia: ma solo di fame e sete. La novità più evidente però sta nel fatto che Luca contrappone alle beatitudini altrettanti guai. Essi funzionano da commento in negativo; i cristiani sono messi in guardia dall’assumere atteggiamenti contrari al messaggio di prima. Vediamo dunque in questo confronto una cosa che sottolinea i diversi intendimenti dei due evangelisti. Per Matteo le beatitudini sono il programma di tutto il suo vangelo, esse sono una specie di sintesi di quello che Gesù poi insegnerà. Per Luca invece sono una specie di giudizio finale, proprio per la contrapposizione tra “beati” e “guai”.

Partendo da questa ultima suggestione mi è venuta in mente una cosa che non avevo mai pensato: perché farci sorprendere da quell’ultimo ed inappellabile giudizio? Cosa possiamo fare per premunirci di fronte a questo atto ultimo che sancisce la salvezza o la condanna? Esaminiamo insieme le beatitudini ed i guai. “Beati voi poveri, vostro è il regno di Dio – guai a voi ricchi, avete già ricevuto la vostra consolazione”. Una cosa balza evidente: il regno di Dio è soltanto dei poveri. Se non si è poveri non si entra! Bel guaio vero? Infatti una moltitudine di noi non è affatto povera, ma abbiamo un benessere più che discreto. Che fare? Naturalmente non mettere il cuore nei nostri beni, ma usarne con parsimonia. Poi usarne per soccorrere la miseria di tanti. Infine accettare di essere progressivamente spogliati di tutto. Non solo dei soldi che certamente lasciamo qui, ma anche delle nostre capacità (sia fisiche che mentali) che la malattia o semplicemente l’età ci tolgono. “Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, nudo ritornerò ne grembo della terra”. Queste parole del caro Giobbe, accolte come un programma, sono la povertà di tutti, anche di noi che non la viviamo come un voto.
“Beati voi che avete fame, sarete saziati – guai a voi che siete sazi avrete fame”. Molta gente ha davvero fame e magari ci muore, mentre gran parte di noi non sa che cosa sia la fame. E se la provassimo qualche volta, magari imponendoci qualche giorno di digiuno? Poi c’è certamente la strada della carità. Perché aspettare che i morti fame siano saziati nel banchetto del cielo? La fame di tanti può essere sfamata qui con un poco di attenzione da parte nostra e senza privarci del necessario.

“Beati voi che ora piangete perché riderete – guai a voi che ora ridete perché sarete nel dolore e piangerete”. Ridere e piangere fanno parte di ogni vita umana e sono emozioni che si alternano. Naturalmente ognuno da prevalenza al pianto, perché le cose belle passano in un attimo, mentre quelle brutte non sembrano finire mai. Per equilibrare le cose mi è venuta in mente la vecchia opera di misericordia: consolare gli afflitti. Che l’importante di questo “guai” sia stare vicino a chi soffre? In fondo ci diciamo fratelli. Perché non esserlo davvero in questo semplice modo? Una vicinanza quando vediamo qualcuno nella sofferenza può essere vitale.
“Beati voi quando vi odieranno, vi metteranno al bando, vi insulteranno, vi disprezzeranno – guai a voi quando tutti diranno bene di voi”. Sentirsi ridotti ad uno scarto inutile da buttare via è una specie di morte civile, che a volte si sperimenta. Soprattutto quando vedi rifiutare l’amore in cui credevi. E qualcuno per questo impazzisce. Pensate alla follia omicida di chi si sente rifiutare da chi ama! Una piaga del nostro tempo purtroppo. Come prevenire questi omicidi sempre più frequenti? Educando al fatto che l’amore non è mai possesso? Facendo sì che chi vive queste situazione non sia mai lasciato solo? Essere veramente una grande famiglia?

Certo fare diventare beatitudine questo rifiuto, sempre più frequente? Ecco una nuova frontiera per il nostro essere cristiani.

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