Festa della Santa famiglia

Dal Vangelo secondo Luca:
I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini
(Lc.2, 1 -14)

Il vangelo di questa festa ci fa contemplare la santa famiglia formata da un uomo, una donna ed il loro figlio, modello della realtà familiare anche moltissimo tempo prima della venuta di Gesù. Come definire questa famiglia? Diremo che si tratta di una famiglia di modello patriarcale e nel vecchio testamento abbiamo tracce di poligamia con l’uso in modo ampio del divorzio, anche se possibile soprattutto per iniziativa maschile. A questa realtà, Gesù, nel suo insegnamento decreta l’abolizione di ogni traccia poligamica e soprattutto presenta un ideale altissimo, dicendo che l’uomo e la donna devono vivere il loro amore per tutta la vita escludendo il divorzio.

L’amore infatti non può essere soggetto a limiti di tempo e deve condividere tutte le evenienze della vita, belle o brutte che siano. Questo modello patriarcale, corretto da Gesù, vive oggi una vera disgregazione. I residui di questo modello stanno evaporando in maniera vistosa. La donna ha preso consapevolezza del suo ruolo culturale, sociale e politico. I figli non sono più i ripetitori di modelli stabiliti, ma soggetti autonomi con i loro diritti e con la fatica di affrontare un mondo sempre più complicato. Nulla è più scontato, nemmeno l’unione celebrata in chiesa con tanto di promesse e benedizioni. La proiezione dell’amore proiettata dagli schermi televisivi e dai modelli sociali dominanti è ancorata ad un oggi soltanto e sembra non conoscere un domani. Insomma, stiamo insieme fino a quando tutto funziona; altrimenti ognuno va per la sua strada. Sempre più spesso l’amore si è fatto relativo; un pensatore moderno lo chiama “amore liquido”, cioè una realtà simile alla corrente di un fiume che scorre senza lasciare traccia. Eppure Gesù ci ricorda (e questo vale per sempre fin dall’inizio) l’intenzione del creatore: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola”.

Questa realtà è la più grande testimonianza che noi credenti dobbiamo conservare e trasmettere con umiltà e serietà per oggi e per un futuro ad una cultura che l’ha smarrita.
Ma il vangelo di oggi ci presenta un aspetto che tutti nel nostro tempo soffriamo come una realtà penosa: il rapporto tra i genitori ed i loro figli adolescenti. Vediamo che Gesù a dodici anni, sovvertendo già allora i canoni della famiglia patriarcale si sottrae alla autorità dei genitori e di fronte ai rimproveri di Maria rivendica che lui deve fare la sua strada. Anche se poi ritorna con loro a Nazareth, perché ha ancora molte cose da imparare da loro. I genitori di oggi vivono questo dramma in modo prolungato perché i figli vivono una adolescenza che si prolunga a dismisura e che li lascia in balia di modi di vivere banali, con la sola responsabilità dello studio, se poi lo prendono sul serio.
Come diminuire queste sofferenze, oggi purtroppo comuni? Bisogna partire certamente dalle origini. Un figlio va messo al mondo consapevolmente e quando nasce va accudito in modo totale, ma progressivamente, nel suo crescere va responsabilizzato. Non bisogna diventare suoi schiavi accontentandolo in tutto. Diritti e doveri devono sempre essere insegnati e pretesi insieme.
Come credenti dobbiamo insegnare loro la fede vivendola insieme; ecco il pregare insieme alla sera ed il sentire insieme la messa domenicale. Poi insegnare loro ad amare con l’amore che vi scambiate rendendolo concreto e fatto anche di perdono. Chiedervi scusa davanti a loro quando avete bisticciato o vi siete feriti è un insegnamento potente. Infine ascoltarli e dialogare sempre con loro in modo serio è necessario come l’aria che si respira.

Queste semplici cose fatte fin dal principio mettono nel figlio un fondamento solido e fondamentale. Naturalmente non vi salverà dalle sofferenze della adolescenza. Nemmeno Maria e Giuseppe ne furono esenti! Qui deve intervenire una persuasione che come papà e mamme è necessario avere. I vostri figli non sono figli vostri, ma figli della vita. Voi li mettete al mondo, ma non sono “cosa” vostra. Potete dare loro tutto l’amore, ma non le vostre idee, perché essi hanno le loro idee. Potete cercare di assomigliare a loro, ma non potete pretendere che loro assomiglino a voi, perché la vita non ritorna indietro e non si ferma a ieri. Voi siete l’arco che lanciano i figli verso il domani. Dovranno pure uscire dalla faretra, perché è una questione di vita o di morte.
Vero che sono belle queste parole? Statene certi non sono mie. Sono di uno scrittore che amo: Kalil Gibran. Io le ho soltanto prese in prestito.

About the author: Caritas Eusebiana