Diciottesima domenica del tempo ordinario

Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.
Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane».
Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me nonavrà sete, mai!

(GV. 6, 1 – 15)

Uno sfama a gratis cinquemila persone e te lo lasci scappare? Non sia mai! Gesù si era ritirato a pregare da solo dopo aver spedito i suoi apostoli con la barca verso Cafarnao. Il lago era agitato e lui nella notte li raggiunge e placa la tempesta. Ma la folla che ha sfamato non lo molla e lo raggiunge li, iniziando con lui un dialogo che incomincia oggi e ci accompagnerà per qualche settimana. La prima domanda che gli pongono è un tantino provocatoria e quasi un rimprovero: “Maestro, quando sei venuto qua?” il significato è chiaro: “credevi di battertela? Noi non ti molliamo!” Gesù rettifica le loro intenzioni: “Mi cercate perché avete mangiato. C’è un pane che dura per la vita, che il figlio dell’uomo vi darà”. Ed ecco la seconda domanda della folla: “Cosa dobbiamo fare per compiere l’opera di Dio?” E sottinteso: per continuare a mangiare a gratis. Gesù risponde che bisogna credere in lui. Ed essi dicono che loro sono i figli del popolo che era stato sfamato per quaranta anni nel deserto con la manna e che la stessa cosa si aspettano da lui. La risposta di Gesù è chiara: il nuovo pane disceso dal cielo e lui stesso. Di fronte al loro desiderio di avere questo pane egli dice che chi mangia di lui non avrà più fame e chi beve di lui non avrà più sete.

Cosa dobbiamo fare per lasciarci illuminare da queste parole? Gesù ci invita a uscire dalla superficialità, per entrare più profondamente in noi stessi. Quando vi accontentate del pane che mangiate o delle cose materiali, tradite voi stessi. In ogni uomo c’è una fame di pienezza, di totalità, di eternità che nulla di materiale può saziare. Se ci guardiamo dentro con sincerità ci accorgiamo che i momenti di gioia più intensa sono quelli in cui siamo sentiti accolti, desiderati, amati. Quelli in cui abbiamo detto cose semplici e siamo stati capiti; quelli in cui ci siamo sentiti apprezzati solo perché eravamo noi, e non perché eravamo bravi, efficaci ed utili. Questa esperienza di amore sfugge alle barriere del tempo ed esplode nell’infinito, nella eternità.

Cosa ci dice Gesù partendo da questa esperienza che tutti vivono? “Io sono il tuo pane, ci dice, cioè la tua energia, la vita pronta a diventare la tua vita. Naturalmente se resti in comunione con me.” E’ ciò che aveva capito la donna di Betania che, nonostante il pesante giudizio di Simone che aveva invitato Gesù a pranzo, lava con le sue lacrime i suoi piedi, li asciuga con i suoi capelli e li unge con un profumo costosissimo. E’ ciò che hanno intuito le donne che stanno ai piedi della croce, incuranti del cli violenza che lo sta uccidendo. Non vi pare che ciò sia quello che vivono gli innamorati che in ogni istante, persuasi che la ita dell’amato è più importante della propria?

Come si fa ad arrivare a questo stato di amore per Gesù? Questa è la domanda da cento milioni di euro e non di vecchie care lirette! La prima cosa da fare è proprio questa: mettere al centro lui, sapendo che quando mangiamo di lui non abbiamo più fame; quando beviamo di lui non abbiamo più sete. Questo deve capovolgere il movente che ci porta alla messa domenicale. Non ci veniamo perchè siamo “buoni cristiani praticanti”, ma perché senza di lui noi non siamo niente. Come faremmo senza di lui a restare fedeli alle nostre solenni promesse di amore? Come senza di lui potremo continuare a svolgere il nostro lavoro con scrupolosa giustizia e con autentico spirito di servizio ai fratelli? Come senza di lui sapremo vincere le persuasioni imperanti sulla accoglienza degli stranieri, memori delle parole del suo ultimo giudizio: “ero straniero e mi avete accolto”? Quando pensiamo ai nostri comportamenti su queste minute situazioni che viviamo in ogni momento, ci rendiamo conto della nostra fragilità, anzi della nostra incapacità a fare ciò che lui vuole da noi. Ecco una cosa fondamentale da cui partire: il dialogo con lui, che parte da ciò che gli diciamo mentre riceviamo l’eucaristia, deve continuare in ogni momento della nostra settimana. Forse spesso, visti i nostri comportamenti, sarà un dirgli “Perdonami, Signore, non ci sono riuscito!” Ma se insistiamo, nel tempo, incominceranno a spuntare parole diverse: “Sei forte, Signore, tu sei riuscito la dove io continuavo a sbagliare!” Sarà stupendo constatare che lui, il Signore, opera davvero in noi cose grandi.

Sarà stupendo constatare che lui, il Signore, opera davvero in noi cose grandi.

About the author: Caritas Eusebiana